Passa ai contenuti principali

Covid-19 - Gaël Giraud: sul servizio pubblico e il capitalismo


Civiltà cattolica

"L’ideologia dello smantellamento del servizio pubblico si mostra per quella che è: un’ideologia che uccide": sì, l’articolo definitivo sul virus lo doveva scrivere un gesuita

 




(Gianluca Mercuri) Gaël Giraud è un grande economista. Insegna all'Ecole nationale des Ponts et Chaussées ParisTech e fino all'anno scorso è stato chef économiste dell'Agenzia francese per lo sviluppo. Ha idee molto nette sulla riformabilità del libero mercato in senso «ecologico, anti-speculativo e di sostenibilità». Sembra un radicale - per esempio, definisce Macron «un populista educato» - ma combatte il vero nemico del capitalismo, la sua ala più rapace. Ha anche altre due particolarità: è un sacerdote, ed è un gesuita.

In questi giorni Giraud ha firmato
un saggio formidabile su Civiltà cattolica, unico per visione, profondità e ampiezza di sguardo. Ci piace definirlo l’articolo definitivo sul mondo pre e post virus. E che negli anni del primo pontificato a guida gesuita a scriverlo sia stato un gesuita, probabilmente era inevitabile: se il Papa è in questo momento l'unico leader mondiale capace di parlare a tutti, Gaël Giraud è la base scientifica del suo pensiero. Proviamo allora a sintetizzarlo (neanche troppo...).

Scrive Giraud che «ciò che stiamo sperimentando, al prezzo della sofferenza inaudita di una parte significativa della popolazione, è il fatto che l'Occidente, dal punto di vista sanitario, non ha strutture e risorse pubbliche adeguate a questa epoca e a questa situazione.

«La pandemia Covid-19 sarebbe dovuta rimanere una epidemia più virale e letale dell'influenza stagionale, con effetti lievi sulla grande maggioranza della popolazione, e molto seri solo su una piccola frazione di essa. Invece - se consideriamo in particolare alcuni Paesi europei e gli Stati Uniti - lo smantellamento del sistema sanitario pubblico ha trasformato questo virus in una catastrofe senza precedenti nella storia dell'umanità e in una minaccia per l'insieme dei nostri sistemi economici.

«Ciò che affermano gli esperti è che sarebbe stato relativamente facile frenare la pandemia praticando lo screening sistematico delle persone infette sin dall'inizio dei primi casi; monitorando i loro movimenti; ponendo in quarantena mirata le persone coinvolte; distribuendo in modo massiccio mascherine all'intera popolazione a rischio di contaminazione, per rallentare ulteriormente la diffusione. Trasformare un sistema sanitario pubblico degno di questo nome in un’industria medica in fase di privatizzazione si rivela un problema grave.

«Prevenire eventi come una pandemia non è redditizio a breve termine. Pertanto, non ci siamo premuniti né di mascherine né di test da eseguire massicciamente. E abbiamo ridotto la nostra capacità ospedaliera in nome dell'ideologia dello smantellamento del servizio pubblico, che ora si mostra per quella che è: un’ideologia che uccide.

«Impossibile mantenere la finzione antropologica dell’individualismo implicita nell’economia neoliberista e nelle politiche di smantellamento del servizio pubblico che la accompagnano da quarant'anni: l'esternalità negativa indotta dal virus sfida radicalmente l'idea di un sistema complesso modellato sul volontarismo degli imprenditori “atomizzati”».

Lo studioso-religioso si addentra anche nelle strategie anti virus e vota per il sistema sudcoreano-taiwanese - screening sistematico, tracciamento, quarantena e «collaborazione della popolazione adeguatamente informata e istruita», nonché dotata di mascherine. Il confinamento lo convince meno ma, una volta escluso lo screening, «rimane la strategia meno negativa a breve termine». Suggerisce una ripresa graduale, ma stavolta con metodi coreani per non ricadere nel maxi contagio. Poi riprende l'analisi:

«La pandemia ci sta costringendo a capire che non esiste un capitalismo davvero praticabile senza un forte sistema di servizi pubblici e a ripensare completamente il modo in cui produciamo e consumiamo, perché questa pandemia non sarà l'ultima. La deforestazione - così come i mercati della fauna selvatica di Wuhan - ci mette in contatto con animali i cui virus non ci sono noti. Lo scongelamento del permafrost minaccia di diffondere pericolose epidemie, come la spagnola del 1918, l'antrace, ecc. Lo stesso allevamento intensivo facilita la diffusione di epidemie.

«A breve termine, dovremo nazionalizzare le imprese non sostenibili e, forse, alcune banche. Ma molto presto dovremo imparare la lezione di questa dolorosa primavera: riconvertire la produzione, regolare i mercati finanziari; ripensare gli standard contabili, al fine di migliorare la resilienza dei nostri sistemi di produzione; fissare una tassa sul carbonio e sulla salute; lanciare un grande piano di risanamento per la reindustrializzazione ecologica e la conversione massiccia alle energie rinnovabili.

«I “beni comuni”, come li ha definiti in particolare l'economista americana Elinor Ostrom, aprono un terzo spazio tra il mercato e lo Stato, tra il privato e il pubblico. Possono guidarci in un mondo più resiliente, in grado di resistere a shock come quello causato da questa pandemia.

«Benvenuti in un mondo limitato! Per anni, i miliardi spesi per il marketing ci hanno fatto pensare al nostro pianeta come a un gigantesco supermercato, in cui tutto è a nostra disposizione a tempo indeterminato. Ora proviamo brutalmente il senso della privazione. È molto difficile per alcuni, ma può essere un'occasione di risparmio».

Giraud, però, non accarezza certo il pelo ai fan della decrescita felice:

«D'altra parte, anche un certo romanticismo “collapsologico” sarà rapidamente mitigato dalla percezione concreta di cosa implichi, nell'attuale situazione, la brutale difficoltà dell'economia: disoccupazione, bancarotta, esistenze spezzate, morte, sofferenza quotidiana di coloro in cui il virus lascerà tracce per tutta la vita».

Segue una massiccia dose di keynesismo - liquidità, spesa in deficit, creazione di posti di lavoro - ma soprattutto, «reindustrializzazione verde, accompagnata da una relocalizzazione di tutte le nostre attività umane».

Sembra il manifesto del Partito socialcristiano mondiale? Forse sì. Di certo, il suo leader sta in Vaticano.

Fonte:

Il Punto del Corriere della Sera [mailto:rcs@news.rcsmediagroup.it]
Inviato: giovedì 9 aprile 2020 20:47


Commenti

Post popolari in questo blog

Provinciali 2023 - I miei punti principali

Da consigliere provinciale mi impegnerò per i temi che sono alla base della mia candidatura: proteggere il nostro territorio e assicurare un futuro sostenibile giusto ed inclusivo ai giovani. La mia azione sarà indirizzata principalmente ai seguenti punti.   I miei 10 punti Ambiente             Ogni epoca presenta le sue sfide peculiari. Oggi, la principale sfida è rappresentata dall 'ambiente : se non adottiamo misure concrete, rischiamo di perdere la salute, l'occupazione, i diritti, la giustizia e la prosperità. Se non affrontiamo con decisione l'emergenza climatica , il nostro futuro è a rischio. È fondamentale investire in energie rinnovabili e abbandonare gradualmente le fonti energetiche non sostenibili. L'idroelettrico, a causa dei cambiamenti climatici in corso, non è più sufficiente, né per il Trentino né per il mondo. Suolo              ...
  𝗟𝗲 𝗻𝗼𝘀𝘁𝗿𝗲 𝗰𝗶𝗰𝗹𝗮𝗯𝗶𝗹𝗶 𝗰𝗵𝗲 𝗲𝘀𝗶𝘀𝘁𝗼𝗻𝗼 𝘀𝗼𝗹𝗼 𝗽𝗲𝗿 𝗹𝗮 𝗽𝘂𝗯𝗯𝗹𝗶𝗰𝗶𝘁𝗮̀. L'equivoco: spesso, non sono ciclabili ma ciclopedonali ad uso promiscuo (pedoni, bici, veicoli). Purtroppo, molti tratti esistono solo sulla carta e non sul terreno, il caso della Ciclabile del Sarca (anche Ciclabile dei Laghi da Torbole a Sarche) a Dro è esemplare, mancano diversi chilometri di percorso e i ciclisti devono percorrere strade normali senza una delimitazione della pista. Ci sono poi, tratti troppo stretti e pericolosi sia per i ciclisti sia per i pedoni. Ciclabile del Sarca a Dro - oltre a mancare per qualche chilometro la sede propria ci sono restringimenti molto pericolosi 𝗜𝗻 𝗰𝗮𝘀𝗼 𝗱𝗶 𝗶𝗻𝗰𝗶𝗱𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗹𝗮 𝗿𝗲𝘀𝗽𝗼𝗻𝘀𝗮𝗯𝗶𝗹𝗶𝘁𝗮̀ 𝗲̀ 𝗾𝘂𝗮𝘀𝗶 𝘀𝗲𝗺𝗽𝗿𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝗰𝗶𝗰𝗹𝗶𝘀𝘁𝗮 𝗰𝗵𝗲 𝗱𝗲𝘃𝗲 𝗽𝗿𝗼𝘃𝗮𝗿𝗲 𝗱𝗶 𝗮𝘃𝗲𝗿 𝗳𝗮𝘁𝘁𝗼 𝘁𝘂𝘁𝘁𝗼 𝗶𝗹 𝗽𝗼𝘀𝘀𝗶𝗯𝗶𝗹𝗲 𝗽𝗲𝗿 𝗲𝘃𝗶𝘁𝗮𝗿𝗲 𝗶𝗹 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗮𝘁𝘁𝗼. Vale per quasi tutti i nostr...
 𝗣𝗲𝗿𝗰𝗵𝗲̀ 𝗻𝗼𝗻 𝗮𝗻𝗱𝗿𝗲𝗯𝗯𝗲 𝗳𝗮𝘁𝘁𝗼 𝗶𝗹 𝗖𝗮𝗺𝗽𝗼 𝗱𝗮 𝗚𝗼𝗹𝗳 𝗮𝗹𝗹𝗲 𝗗𝗮𝗶𝗻𝗲 Già il fatto di spianare un bosco di 50 ettari per il green, sommato all'impatto che avrebbe la nuova viabilità d'accesso (che finirebbe per trasformare completamente la piana agricola di Nago) è qualcosa di paesaggisticamente dannoso e ambientalmente inconcepibile. Questo, anche senza bisogno di ricordare quello che è il vero business legato all'esistenza di un campo da golf, quello immobiliare. La zona delle Daine a Nago (TN) 𝗟𝗮 𝗽𝗿𝗲𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮 𝗱𝗶 𝗻𝘂𝗺𝗲𝗿𝗼𝘀𝗶 𝗿𝗲𝗽𝗲𝗿𝘁𝗶 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗚𝗿𝗮𝗻𝗱𝗲 𝗚𝘂𝗲𝗿𝗿𝗮, che ho documentato insieme a Paolo Ciresa e che sono protetti dalla legge, ha smascherato il bluff delle affermazioni iniziali che negavano la presenza di testimonianze belliche. Solo dopo che abbiamo reso evidente la presenza di questi reperti, con serate informative e pubblicazioni, si è sviluppata una consapevolezza dell'errore di valutazione commes...